presentazione di Gabriella Paolucci

Paestum 8 marzo 2014, dal Catalogo della Mostra FIGURIAMOCI,visioni oltre il mito  promossa dal gruppo LEARTEMIDI di Paestum, la Presentazione scritta da Gabriella Paolucci.

L’incontro proposto per questa Giornata Internazionale della Donna, nato da una bella sinergia tra donne (noi dell’associazione Artemide e la Direttrice del Museo di Paestum, Marina Cipriani), si compone di tre diversi momenti, che hanno in comune l’essere stati originati dalla stessa relazione tra lo spazio (museo archeologico) e il tempo (otto marzo): una mostra di artiste femministe che interpretano quattro dee, una visita guidata che legge le tombe dipinte lucane dal punto di vista della vita femminile, una lettura di “perle” della misoginia antica.

Si tratta, se vogliamo, di una sorta di archeologia della disparità, una “presa d’atto” delle origini del dominio culturale di un sesso sull’altro, in cui, tuttavia, lo sguardo (quello delle artiste ma anche quello delle lettrici e, ci auguriamo, quello delle visitatrici e dei visitatori) provoca contemporaneamente una “presa di posizione” su quei presupposti.

Ma ecco che, nell’accostare le immagini del mito (le dee) a quelle della pittura tombale e della letteratura antica (le donne) un contrasto salta agli occhi, e ci interroga ulteriormente: qual è la relazione fra lo splendore e la potenza della figura femminile divina e l’opacità, l’impotenza simbolica e storica della donna incarnata? Qualcosa ci dice che sotto questa domanda se ne nascondano altre, che riguardano il nostro rapporto con le une e con le altre e il valore che attribuiamo loro nella nostra ricerca di rappresentazioni che ci appartengano.
In più, per noi che l’abbiamo voluta, questa operazione ha un po’ il sapore di una “resa dei conti” fra la nostra riflessione femminista e la nostra appartenenza a un luogo, Paestum, dove il mito originario si respira nell’aria, dove le figure di dee e dei sorgono ad ogni incrocio, evocate da marchi e tabelle turistiche , e dove – fatto più rilevante per quel che ci riguarda – così copiosa e significativa è la presenza di luoghi di culto e testimonianze legati al mondo femminile .
Da Hera Argiva alla foce del Sele, con il suo culto della Signora del Melograno, meta per secoli di pellegrinaggi femminili trasposti poi, e tuttora praticati, nel Santuario cristiano della Madonna del Granato, all’Aphrodision di Santa Venere e alla Piscina Lustrale, teatro di riti iniziatici per sole donne, alla cosiddetta Basilica, attribuita ancora ad Hera, al cosiddetto Tempio di Cerere, in realtà eretto in onore di Atena, a tutte le testimonianze fittili di ex voto raffiguranti immagini di dee con il melograno, donne-fiore, uteri, pesi di telaio, alle raffigurazioni di dee e donne sulle lastre tombali, ai corredi delle tombe femminili… tutto concorre a proporre, alla donna che guarda, ipotesi di rispecchiamento e di appartenenza.

Così può capitare, ne siamo testimoni, di evocarle, queste divinità, assumendone i nomi come in un rituale propiziatorio della nostra ricerca di identità e di auto-rappresentazione (Artemide, Hera, Kore, Afrodite, Atena…)

E qui però interviene il confronto con il pensiero femminista: al suo sguardo allenato a interrogare la realtà “oltre” la cortina dell’assuefazione, quelle immagini di dee, apparentemente “potenti”, che sembravano con la loro luce contraddire l’oscurità della condizione femminile passata e presente , rivelano la loro ambigua natura di “figuranti” in un ordine simbolico tutto maschile, che è l’Olimpo patriarcale di Zeus e dei suoi figli. Dove anche le dee, come le umane, soggiacciono agli stereotipi con cui gli uomini amano ritrarle: mogli petulanti e vendicative (Hera), lussuriose tentatrici (Afrodite) o frigide negatrici del proprio sesso (Artemide); tutte, in sostanza, nate dalla testa di Zeus Padre, come Athena… Divinità “ancillari” il cui ruolo principale è legittimare e tramandare un potere, di cui non posseggono che indirette emanazioni.

Riflettendo sulla inadeguatezza di queste “femminili figure”, Adriana Cavarero in Nonostante Platone osserva: “… nel pur vasto campionario della tradizione nessuna figura può risultare adeguata alla soggettività femminile che ne fa richiesta, proprio perché in questa tradizione è appunto tale soggettività femminile ad essere occultata nelle maschilissime figure di uomini e nelle figure di donne pensate dagli uomini”

Il passo successivo consiste nel guardare oltre le immagini tramandate, cercando sotto di esse le tracce di ciò che l’ordine patriarcale nel costituirsi ha cancellato.  Si è produce così uno scarto ulteriore, che è la tentazione di cercare, sotto la superficie traslucida del mare dei miti, relitti di una “grandezza femminile originaria”, di quella mitica atlantide matriarcale, civiltà pacifica e armonica sommersa da un antico rivolgimento… La “gloria di Hera” e delle sue figlie, in questa prospettiva, non sarebbe che la flebile ombra residuale di una Grande Dea molto più antica, sovrana adorata nei suoi mille nomi da cerchi di donne sorelle e sovrane. Della necessità di genealogie divine capaci di sostenere le donne che cercano di costituirsi come soggettività nella differenza scrive Luce Irigaray: “Bisogna ritrovare un nuovo significato nelle tradizioni religiose e rivalutare quelle che danno importanza alle genealogie di donne divine perché sia possibile una comunità. La donna non può essere divina se non riconosce la madre come potenzialmente divina”
L’ipotesi a questo punto è quella del “rovesciamento”: uscire dall’ordine simbolico maschile per fondare un ordine “matrilineare” di discendenti della Grande Madre costituite in comunità che traggano forza e legittimazione dall’elevazione valoriale della differenza femminile e dal reciproco riconoscimento “nel nome della madre”.

Ma si tratta di un vero rovesciamento? In articolo sulla filosofia della differenza di Irigaray, Dolores Ritti osserva: “A me pare che chi si da forza attraverso il mito, ha già di sé un’idea autosufficiente, immobile, aristocratica ed eroica. In un momento in cui l’identità è data non più per memoria o per esperienza, ma imposta da un comando tutto esterno alla persona, sia esso il mercato, la guerra, la religione, la società dello spettacolo, sottrarsi a questo comando per rifugiarsi in un tempo fuori dal tempo ma sotto altre protezioni, è un’impresa disperata. Più utile sarebbe ricostruire una fenomenologia che rintracci oggi le figure femminili liberate dalla crisi del patriarcato, quanto di quel morente ordine è stato incorporato, ripetuto, ravvivato, anche nelle donne più avvertite non solo sui suoi disastri ma anche sulle sue lusinghe. Perché alla fine quella di Irigaray non è una strategia del rovesciamento come essa stessa aveva promesso, ma una strategia dell’avvolgimento del mondo… Quello che è attaccato è riproposto sotto altre forme”
Allora vorrei tornare a quel dubbio iniziale, sulla distanza fra l’immagine divina e la donna incarnata, per pormi altre domande. Se il malanno di cui abbiamo patito (e patiamo) è soprattutto l’imposizione alla nostra particolarità di categorie universalizzanti, ambigue figure di donna disegnate dalla mano dell’uomo che si è autonominato soggetto del pensiero e della storia, basterà a liberarci, a garantirci autonomia di pensiero quel rovesciamento di prospettiva di cui si è parlato? O rischiamo di replicare in altra forma la subalternità della nostra concreta e umana esperienza ad un nuovo “universale”, che è la differenza come categoria del femminile? Che fine fa, in questa prospettiva, quella conquista del partire da sé, del farsi misura del sé, dell’autocoscienza come espressione di autodeterminazione e autonomia?

In “Le passioni del corpo”, un libro che va a indagare la vicenda dei sessi in “quel mare di evidenze – leggi, consuetudini, linguaggi, affetti, sogni, memorie – che ci sommerge tanto da impedirne la vista”, Lea Melandri scrive: “Mi sono chiesta a lungo perché, se come si dice da più parti “Dio è morto”, le dee sembrano invece godere ottima salute, e, insieme ad esse, le sante, le vergini guerriere, le ascete, le martiri cristiane; che cosa cercano le attrici, le registe, in questi monumenti solenni del femminile messi a copertura dell’insignificanza storica delle donne; infine, che cosa ha a che fare questa “messa in scena” di antiche maschere eroiche con la ricerca, che sembra procedere in senso opposto, di donne ormai abituate da anni a riflettere su di sé, sul modo di pensare se stesse e il mondo, sui sogni che le hanno sviate da una percezione più reale del loro essere”.

Infine, ho davanti agli occhi il proliferare di blog e siti dove il riscatto e la liberazione dell’ energia femminile passano attraverso la riscoperta di Grandi Madri dagli attributi sessuali ben evidenziati, e mi chiedo se, per convincerci ad uscire dagli stereotipi che ci inchiodano ai ruoli materni di cura, supplenza e sacrificio di sè, una “genealogia materna” sia la migliore delle cure…

Ora io queste domande le lascerò aperte, augurandomi che funzionino come stimoli ad una più consapevole osservazione delle “visioni oltre il mito” proposte dalle quattro artiste che hanno aderito alla nostra proposta.

 

manifesto

manifesto

Le citazioni sono tratte da:

Adriana Cavarero, Nonostante Platone, Roma 1990

Luce Irigaray, Sessi e genealogie, Milano 1989

Dolores Ritti, Luce Irigaray, la spartizione del divino in Lapis. Percorsi della riflessione femminile, n.26, 1995

Lea Melandri, Il linguaggio della Dea. Come liberarsi di un mito, in Le passioni del corpo, Torino 2001

 

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