Ivana D’Agostino, curatrice della mostra

Pesaro, Chiesa della Maddalena, 2004

 Il corpo addosso

Non sempre ciò che sembra accadere casualmente nella realtà delle cose è poi così casuale. Il mio incontro con Pina Nuzzo si data a quattro anni fa su di un treno per Lecce in partenza da Roma: lei accompagnata da piccole tele, io da una borsa di libri. Certamente furono le tele ad incuriosirmi – poiché esse m’incuriosiscono sempre sia che siano scoperte o celate da involucri – e ad indurmi a chiederle cosa facesse con quelle tele in viaggio verso il Sud; viaggio che così scoprii, non ultimo finalizzato, per lei e loro, ad un evento espositivo, a cui m’invitò.

E a cui andai. Da quell’incontro ne nacquero altri tra Lecce e Roma: Pina mi mostrava i suoi lavori, mi chiedeva consigli e io gliene davo spassionati e schietti, diretti e senza mezzi termini com’è nel mio consueto, e perché sentivo che comunque, al di là di quanto avremmo potuto fare insieme -allora o forse mai o forse in un più o meno prossimo futuro – tra le parole non dette ma che ci aleggiavano sopra c’era prima di tutto, ancor prima del rapporto professionale tra artista e critico, la necessità di stabilire tra noi una stima reciproca basata su di un comune sentire, che coniugata la franchezza della parola alla franchezza del pensiero che l’originava, fosse capace di raggiungere l’essenza delle cose. Che nel caso specifico era ed è la sua pittura.

Dopo ci sono stati altri viaggi, lunghi silenzi, ma la certezza in me che prima o poi avrei incontrato questa artista di poche parole, discreta, dagli occhi che dicevano più di quanto esternasse con la voce. E cosi è stato.

Il ciclo di tele da noi – la Nuzzo ed io – intitolato Il corpo addosso prosegue la ricerca pittorica dell’artista nel solco dell’indagine sul corpo femminile, che in Elementi 1 del ’95 e Appassionata del 1999 stabilisce le opere cerniera di passaggio – di cui Elementi 1 è certamente l’esempio più retrodatato – verso l’ulteriore evoluzione di questo soggetto maturata tra il 2001 e il 2004.

Nei dipinti citati, seppure con uno scarto di sei anni tra l’uno e l’altro, la rappresentazione del nudo in un ambiente naturalistico lo dispone, anche per la forma piena e monumentale dei corpi femminili, ad una visione panica, praticamente mitica della figura antropoformizzata e simbiotica con il paesaggio, leggibile come corpo collina o corpo luogo.

Il corpo, tuttavia, in queste opere come in altre dipinte già dal ’92, disteso in ambienti tra sentore di mito mediterraneo e citazioni magno greche della terra d’origine dell’artista – tronchi ritorti d’ulivi, terra rossa arata, piante grasse in vaso – è come sospeso nel tempo. E le donne rappresentate da questi corpi, dai gesti lenti e solenni di Dee della Terra e della Fertilità, stilisticamente composte tra solennità classica, metafisica saviniana e immagini rituali archetipiche he, non sono mai allettanti, non sono mai corpi del desiderio.

E non lo sono neppure i corpi di quelle donne dipinti dalla Nuzzo tra il ’93 e il ’94, a volte vestiti, a volte no, rappresentati in interni o in paesaggi in pose attonite o riflessive che recano tra le mani un libro, o quasi schiacciandolo contro il bracciolo di un divano. Donne, queste, tutte silenti ma non mute, i cui corpi e ciò che recano tra le mani parlano per loro, danno voce all’inespresso che è in loro. Corpi dunque che non si offrono al desiderio, che sono nudi, semplicemente e senza vergogna come lo erano nei tempi mitici, e come lo sono ancora negli Studi degli artisti – altri dipinti di Pina sono dedicati a questo soggetto -, dove corpi e tele misurano spazi altrimenti vuoti, anch’essi costantemente carichi di silenzio.

Tutto questo si dice e si da come premessa per comprendere meglio lo snodo conseguenziale da ciò della pittura dell’artista compreso nelle tele del ciclo Il corpo addosso che si mostrano a Pesare. In questi ultimi dipinti, non considerando Elementi 1 e Appassionata , che si sono dette opere cerniera di passaggio a questo nuovo ciclo, tutti compresi tra il 2002 e il 2004, l’artista continua la ricerca sul corpo femminile espungendola ancora delle prerogative che solitamente si abbinano a questo soggetto – costantemente riscontrabili nel corso della storia dell’arte e della pubblicità dei media -, relative alla esaltazione della bellezza e del desiderio appagato dell’occhio che desidera. Superate le visioni antropomorfe dei corpi simbiotici con la natura, materici e terrosi, in questo ciclo ricompaiono trasparenze cromatiche più frequentate dall’artista in precedenza, già dall’87, che senza l’uso del disegno, direttamente col colore tracciano ora porzioni di corpi. Inquadrati con pennellate veloci, a volte furiose ed espressioniste, dove anche i pentimenti vengono ricompresi nella pittura, essi mostrano campionature, parti di forme femminili mai riprese in pose studiatamente accademiche. Il senso che emerge da questi frammenti corporei che stanno per il tutto, è di abbandono e ripiegamento su se stessi, come in Riposo, dove la negazione del volto e la chiusura difensiva del corpo, rendono ancora più incisivo e radicale il discorso pittorico.

Sottratto alla pittura e alla memoria, il volto risulta negato in tutti i dipinti, anche in quei casi, come in Carnale, in cui, pur comparendo nel campo visivo, ugualmente risulta cancellato da vibrate pennellate gestuali.

Certamente questa della Nuzzo è una pittura che vuole indurci a riflettere attraverso corpi femminili antigraziosi: le sue forme, ormai prive della sospensione mitico temporale da cui sembravano originate le precedenti statiche e archetipiche parvenze di Messaggera, Orante, Sui generis  del ’98, mettono ora in scena linguaggi sempre meno filtrati, più diretti, crudi ed immediati. Sono corpi, questi, che oltre a rifiutare esibite bellezze imposte obbligatoriamente a più voci, inducono, attraverso macroscopiche  parcellizzazioni della forma, a letture concentrate. Non c’è gioia nel corpo privo di carezze di Nude che si autoabbraccia in una stretta speculare; né tantomeno in Corpo, tra gli ultimi lavori di Pina, dove la decadenza fisica rilasciata del torso, è tuttavia affrancata nello splendore della materia. E’ solo la pittura, infatti, che riscatta queste forme sofferte, il piacere del dipingere, di inventare e cercare soluzioni cromatiche e rinnovate trasparenze.

E’ così anche nei ritratti, anch’essi facenti parte del ciclo pesarese. Saviniani e grotteschi, sono ritratti senza volto dal collo attorto, come in Ritratto 3 che rimanda a certe pieghe di Doppiamente del ’97 ; oppure risolti, come in Ritratto 1, come fiore carnale surreale dallo sfondo gestualmente pittorico; o, ancora, come maschera drammatica che emerge, in Ritratto 2, da un busto potente di intensa tormentata materia. (ritratti )

L’autoabbraccio di Sola, anch’esso tra i ritratti senza volto, è corpo che si nasconde e chiude nella fortezza di un isolamento forzato, da cui trapelano bisogni che la dolcezza inerme del capo negato rivela reclinando appena sulla mano. Questo capo, privo d’identità e dello sguardo, dal corpo pesante, è un corpo addosso come tutti i corpi dipinti in queste tele, che tuttavia non riescono ad arginare la volontà disperata di comunicare, di prendere e ricevere che è l’essenza dell’esistere. E di gridare, finalmente, la personale alterità di visione, che rivendica alla pittura autenticità di linguaggi che non sono più Senza voce, che sono, anzi, da adesso ancor più determinanti per Pina Nuzzo per il nuovo corso che vuol far prendere alla sua pittura.

Ivana D’Agostino

Roma, 29 febbraio 2004

1            i dipinti citati sono fotografati in :

Pina Nuzzo (testi di M. Forcina), Salentina ed., Galatina,1999, pp. 49-51

2            ibid. p. 25

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