Le tele bianche, Lidia Campagnano

Le tele bianche, tranquille, si lasciano trasformare in trasparenza da tracce  impresse dalla mano e dalle polveri colorate che la mano ha seminato e spostato e trascinato. E’ tutto qui. Dipingere dev’essere un lavoro umile, amorevole nei confronti della materia prima che maneggia.

Scriverne è pericoloso, perché il discorso è già qualcosa che porta dentro di sé accenni di arroganza, presunzioni di identità.

A meno che non si scopra e non si dica, scrivendo, un’umiltà affine: lo scrivere come il disegnare comincia con una mano alle prese con alcune materie, la carta, il legno della matita con la grafite, l’inchiostro. Si segna (e si semina) anche scrivendo. Forse ogni arte riporta alla coscienza il ricordo delle prime note di ogni linguaggio, di ogni immaginazione e di ogni racconto: alle origini, nell’infanzia, c’è una mano, ci sono dita che percorrono la pelle dell’oggetto amato, vi lasciano una traccia, accompagnano il proprio stesso movimento con i primi vocalizzi, tentano un primo ritmo. E’ un gioco, è amoroso, è l’inizio della conoscenza e del diventare umani da parte dei nati e delle nate di donna.

Chiamare semi questo coro di tele dipinte infatti non può non alludere a un desiderio di origine, e origine, origo, in latino, sta anche per fonte, nel suo significato materiale, naturale, terrestre. Soprattutto quando il mondo attorno è intriso di arroganza e di prepotenza, e il discorso umano fa paura, diventa molto più che desiderabile – diventa necessario – andare alla fonte dei nostri linguaggi, là dove eravamo tutte e tutti uguali. Allora si fa silenzio, per cogliere il fruscio dell’origine, per rintracciare la fonte ostruita o inquinata, per liberarla e purificarla. L’arte forse è questo. L’arte dei tempi più difficili è il ricordo di linguaggi che dicono di sé e delle cose senza frantumare sé e le cose. Linguaggi vicini alla materia, nati dalla materia e dalla sua cura, non dai cieli dell’onnipotenza del pensiero. Linguaggi germinativi: fertili.

Comincia. Ri-comincia. Vai.  Forse  queste tre parole possono fare compagnia alle opere qui presentate, a significare che si è capito: le tele di Pina Nuzzo incoraggiano. Incoraggiano a ricominciare il serissimo gioco del toccare, del tracciare, dell’amare, del conoscere. Per lasciarsi prendere da quell’ammirazione per la vita che permette la nascita della speranza in forme sempre nuove.

Lidia Campagnano

Roma, 31 gennaio 2005

 

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