Signore, a cura di Katia Ricci, 1995

 

La Merlettaia, Foggia

Mi sembra che gli ultimi lavori di Pina Nuzzo segnino una fase di riflessione e di bilancio in cui tenta una sintesi della ricerca artistica e di indagine della propria soggettività.  L’artista continua a rivisitare temi e forme della tradizione, misurandosi con quel linguaggio e con quelle stesse tecniche, da una parte per poter comunicare con tutti, dall’altra per sottrarre quelle figure femminili all’immaginario altrui, attribuire loro una nuova identità, e conferire il proprio senso.

In queste opere trova toni più sobri rispetto alla produzione precedente, eliminando dalla rappresentazione della propria differenza mediazioni ideologiche e interrogando l’essenza della sua sessualità senza schemi mentali. Ne derivano una linea più morbida e libera, una ricerca di semplificazione nella struttura compositiva e nell’uso dei simboli. Le figure femminili hanno forme plastiche, statuarie, immobili nella loro monumentalità, forme arcaiche, primitive sedute su poltrone come su troni inaccessibili.

Calme, dalle pose disinvolte, pienamente padrone del proprio tempo e dello spazio in cui sono inserite, sono rappresentate come compendio di quotidianità e trascendenza, intimità e distanza, armonia e sproporzione, espressioni della coscienza di sé e apertura al mondo. Dicevo che Pina Nuzzo fa i conti con la tradizione addirittura riprendendo nel volume e nella essenzialità dei corpi l’arte arcaica, perché sono donne del suo immaginario, miti di ordinaria esperienza, potenti, solitarie nel colloquio con se stesse e nello stesso tempo pronte ad accogliere l’altro.

La scelta cromatica è essenziale, i colori primari, caldi e freddi suscitano effetti di contrasto, di profondità e di avvicinamento, mistero e coinvolgimento emotivo. I pochi e ricorrenti simboli, particolarmente cari all’autrice, il libro, il gatto, la poltrona, le pantofole riescono a diffondere un’atmosfera intima, raccolta, senza che le figure perdano niente della loro maestosità. In un notturno dai colon freddi, profondi, una donna seduta su un divano ha appena chiuso il libro, girandosi invitante verso un invisibile interlocutore, il corpo nudo, ampio, le gambe incrociate, le pantofole, la mano stretta tra le cosce comunicano una sensazione di intimità e di casualità. La lettrice, appoggiata al sofà giallo e rosso riflette su un passo del libro or ora letto: il pensiero è attivo e veloce, l’emozione intensa come sembrano alludere il movimento delle linee fortemente ondulate a sinistra in contrasto con l’ampia e compatta curva a destra e l’accostamento di colori caldi. Una divinità primitiva dal grande ventre, dal volto simmetrico e dallo sguardo impassibile è la lettrice ritratta sullo sfondo di una marina. Forte è il contrasto tra la luce, il linearismo della parte superiore del dipinto al di sopra del parapetto e il volume e l’ombra della parte inferiore; le corrispondenze di colore tra il libro, i capezzoli, le vele in mare e la macchia rossa del sole inseriscono la figura nello spazio, quasi a rappresentare le radici fisiche e la corporeità del pensiero e della spiritualità.

Rannicchiata, figura di sogno, emerge dalla profondità del tempo e resta lì sospesa eppure a suo agio, inafferrabile come la gatta a lei vicina. Infine la lettrice in rosso, frontale, al centro della composizione forma un ovale avvolto e messo in risalto dall’ovale azzurro della poltrona come un’icona con un libro aperto sul grembo al posto del tradizionale bambino, la cui presenza è superflua perché è già espressa la potenza creatrice della donna.

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