Arte e politica. Dalla singolarità alla comunità

Scuola estiva della differenza – Università degli Studi di Lecce Lecce – 2/6 settembre 2003  comunicazione di Pina Nuzzo

Il titolo che è stato attribuito alla mia comunicazione – Arte e politica. Dalla singolarità alla comunità – mi ha fatto molto riflettere. Anzitutto perché è di una semplicità solo apparente. Una congiunzione non basta a reggere l’accostamento di due attività umane che ciascuna per sé e nel loro problematico rapporto hanno prodotto tutta la nostra cultura e una letteratura sterminata. Poi perché la mia stessa esperienza mi induce a pensare, al contrario, che si tratta di un accostamento niente affatto semplice e perfino rischioso.

La seconda parte del titolo, poi, stabilisce un’equazione tra l’arte e la singolarità da un lato, la politica e la comunità dall’altro suggerendo un   passaggio dal singolo alla collettività che non è ovvio.

Che ci sia nel   lavoro dell’artista un dato di originalità è indiscutibile, ma essa viene   associata, nell’immaginario collettivo, a quell’aura di mistero, di   trasgressione, di genio e sregolatezza che è, come sappiamo, un’invenzione romantica, della modernità. È una rappresentazione dell’artista che nasce in un momento di crisi e che si fissa come un modello. Ovviamente maschile.

La rappresentazione dell’artista che in preda all’ispirazione crea dal nulla la sua opera è fasulla, è un’invenzione, appunto, perché l’artista maschio trae senso, per la sua sola esistenza, dal fatto che la società che ha intorno lo prevede e prevede la sua opera. Anche le difficoltà che incontra sulla sua strada fanno parte di un processo che seleziona gli artisti – in quel particolare momento, in quella particolare situazione – e assume questa figura sociale – l’Artista – in un ordine simbolico.

In questo senso, l’arte è frutto di una singolarità ma l’artista non è mai isolato. Questo non vale per le artiste, per il solo fatto, come sappiamo, che sono donne e che, come tutte le donne, non sono previste come soggetto in quell’ordine simbolico.

La nominazione di questo fatto è relativamente recente, e tuttavia ormai imprescindibile per chiunque voglia avere consapevolezza di questo mondo. Più raramente però si riflette su che cosa significa in concreto per una artista.

Provate ad immaginare di essere una donna di fronte ad una tela bianca, che voglia dipingere una figura femminile. A tutti voi verranno in mente le immagini di cui la nostra cultura è prodigiosamente ricca. E saranno le stesse per uomini e donne: madonne, maddalene, madri, ballerine, odalische… Ma provino solo le donne a prescindere da tutto questo e a prendere come modello se stesse. Quando io l’ho fatto, istintivamente e mio malgrado il mio corpo mi si è presentato attraverso i codici del cinema, della fotografia pubblicitaria e della televisione. Solo di fronte ad una tela bianca mi sono resa conto fino a qual punto i miei occhi non mi vedessero. E che quelli con cui mi vedevo non erano i miei.

Eppure avevo deciso di misurarmi con la pittura – al di là di una generica predisposizione che avevo sin da bambina – dopo molti anni di attività politica nel movimento delle donne (i mitici anni settanta!) che mi avevano fatto conquistare coscienza di me. Ma se questa consapevolezza aveva intaccato i ruoli nella vita quotidiana e mi rendeva più determinata e combattiva nella società, essa era uno strumento ancora rozzo e insufficiente per fare di me una pittrice. Rendermi conto di questo mi ha spaventato, ma non scoraggiato perché se ero riuscita a smontare il riflesso del mio corpo che era più potente del mio corpo stesso, sarei riuscita a smontare il riflesso dell’immagine, a vedere con i miei occhi e a dipingere.

Provate a questo punto a pensare una donna che voglia dipingere più figure. Con quale ordine le disporrà su quello spazio bianco? Se volesse dipingere figure maschili e femminili le verrebbero in soccorso tutte le scene sacre, tutte le maternità, le pietà, i ratti delle sabine, le gioie di vivere, le colazioni sull’erba di cui disponiamo. Per questo c’è già un codice. Ma se volesse dipingere più figure femminili, in quale ordine disporrà quei corpi? In quale relazione sarebbero tra di loro, in quale misura, con quale distanza? Adesso fatevi venire in mente tutte le “bagnanti” di cui avete memoria, quelle di Renoir, di Cezanne, di Picasso, di Matisse, di Casorati… e capirete immediatamente qual è l’elemento che rende significativa la prossimità di quei corpi femminili e la loro compresenza nello spazio convenzionale della tela. È chiaro a tutti che è lo sguardo del maschio. L’autore non fa che riprodurre quello di cui lui stesso e tutti gli uomini hanno esperienza: la titolarità del desiderio.

Tempo fa un artigiano venuto a fare dei lavori nel mio studio, dopo aver osservato i miei quadri, mi fece una domanda, che mi sono sentita fare tante volte: “Perché fai solo donne?”. “Perché dipingo quello che penso, e siccome lo penso attraverso il mio corpo non posso fare diversamente. Ti faccio io una domanda: perché i pittori, per rappresentare la guerra, la giustizia o anche la propria malinconia, fanno solo donne?”. In questo modo l’ho zittito, ma so che la sua domanda, anzi le sue domande, erano altre: cosa mi dava, per esempio, l’ardire di dipingere corpi nudi e che, seppure nudi, non si offrivano allo sguardo?

Se ne avesse avuto gli strumenti, avrebbe espresso in modo più diretto il suo sconcerto: che ci fanno delle donne che non lavorano, che non sono né la lavandaia, né la contadina, né la mungitrice, né la ballerina, né la nutrice, né la venditrice, né la fioraia…né qualcuna delle innumerevoli devianti, la prostituta, l’alcolista, la pazza, la mendicante che costituiscono la sequenza dell’iconografia ottocentesca. Insomma, donne che stanno senza far niente, e per di più inutilmente nude.

Quando poi sono raffigurate in più di una, se non sono madre e figlia, se non sono amanti, se non sono amiche, se non sono le grazie, le parche, le muse, le erinni, che cosa sono? che cosa vogliono?

Una donna che voglia dipingere deve sapere, anche quando il suo lavoro prescinde dalla figura, che non potrà mai scavalcare impunemente la rappresentazione dei generi che l’arte, più di qualsiasi altra disciplina umana, ha fissato nei secoli. La deve attraversare concettualmente, non la può negare. Una donna che voglia dipingere non potrà non confrontarsi con la tradizione artistica, tanto più quando essa è così potente e così straordinaria come nel nostro paese. E se da una parte non potrà più dirsi innocente rispetto al proprio genere assumendosi la responsabilità della rappresentazione, dall’altra rispetto alla qualità del suo lavoro, che dovrà tenere conto di tutto quello che ha alle spalle, non potrà neppure sentirsi innocente. Io almeno non posso.

La mia storia politica spiega perché non posso e perché per me il cammino è inverso: dalla comunità alla singolarità. Quando ho incontrato l’Udi, ormai tanti anni fa, non sapevo che stavo facendo un investimento vantaggioso per la mia arte. Mi sembrava, più semplicemente, di seguire lo spirito del tempo e le inquietudini della mia generazione partecipando di quell’evento straordinario che è stato il femminismo. Io però mi orientai verso l’Udi. “Che ci fai tu con quelle vecchie?” – mi chiese dopo qualche anno di militanza un’amica e compagna del movimento, come a sottolineare che, per la mia età, sarebbe stato più naturale far parte di un collettivo. Credo di aver dato, allora, delle risposte sensate sul piano politico, ma certamente non ero ancora in grado di nominare l’attrazione che quell’associazione esercitava su di me. Capivo però che tutte quelle caratteristiche dell’Udi  che trattenevano me (la sua età, la presenza delle partigiane, delle operaie, delle tabacchine, di donne emancipate provenienti da diverse città e di diversa estrazione sociale), allontanavano la mia amica facendole percepire come “vecchia” un’associazione che pure aveva al suo interno donne giovani come me, approdate proprio sull’onda del femminismo.

Non intendo qui ricostruire la storia dell’Udi perché non solo comincia nel ’45, ma è compito delle storiche e qualcuna ha già cominciato a farla. Il mio intento qui è restituire quel tanto di epico con cui l’Udi si presentò ai miei occhi, per il complesso intreccio di vite, di storie, di esperienze e di generazioni che da sempre la contraddistinguono. Un’associazione così, prima di incontrarla, non sarei stata in grado di immaginarla; il massimo di socialità femminile di cui avevo esperienza al di fuori del contesto familiare, erano la scuola e la colonia estiva. Ma che delle donne fossero da così tanti anni titolari di un luogo dove incontrarsi e discutere e fare politica, anche contrattando e mediando con i maschi e con il maschile, aveva per me dello straordinario. Il modo di tenere le riunioni, di progettare e di organizzarsi smontava il mio pregiudizio – che è poi un pregiudizio culturale – che le donne non possono stare insieme senza accapigliarsi e senza distruggere quello che hanno costruito. Pure nell’Udi si è litigato tanto, l’ho fatto anch’io perché la mia età mi ha naturalmente contrapposto a quello che ho trovato e che era stato costruito prima di me, ma questo non ha voluto dire necessariamente la cancellazione mia o dell’altra. Ogni donna dell’Udi impara che la sua singolare esperienza non conclude l’esperienza dell’Udi, che ne contiene tante altre con cui bisogna confrontarsi e misurarsi. Facendo questo si può invecchiare dentro l’Udi, come è successo anche a me e perpetuare un’immagine vecchia dell’associazione. Ma questo non mi preoccupa, perché l’andamento delle giovani è più o meno costante, la differenza è rappresentata dallo scarto tra chi si avvicina e poi se ne va – poche, tante molte, a seconda delle fasi storiche – e chi si avvicina e rimane. La mia esperienza mi fa dire che il rapporto fra le due quantità è più o meno costante. Le donne dell’Udi facendo politica attivano una socialità femminile che calibra i rapporti interni e bilancia il peso della socialità familiare e parentale. Chi rimane, come ho fatto io, è perché ha trovato in questa socialità, fondata su una ragion politica, un suo personale vantaggio, e per questo si può anche invecchiare.

Il vincolo che si è stabilito con altre donne, scandito e sostenuto dagli impegni e dalle regole che ci siamo date nel corso degli anni, ha introdotto nella mia vita una frattura, che non si è più ricomposta nei confronti delle ritualità familiari e parentali. Fare parte dell’Udi ha modificato la percezione che io avevo di me e del mio corpo. Non galleggiavo più nel vuoto, ma avevo uno spazio dove raccontarmi, perché qui ho imparato che pensare e prendere la parola non sono necessariamente collegati alla cultura scolastica, ma alla propria esperienza. Se l’esperienza di cui ho coscienza corrisponde al vissuto del mio corpo, allora la penso come dicibile e non più spaventosa perché c’è un contesto che mi consente questa verità.

Una donna sa che la famiglia, il lavoro, il mondo si tengono insieme con il suo silenzio. Per questo, per una donna, prendere la parola in un luogo collettivo contribuisce a costruire un rappresentazione di sé che la toglie da quel femminile in cui siamo tutte ammassate. Se la parola non distrugge chi la pronuncia, ma destabilizza un ordine simbolico, allora si può imparare a progettare la propria vita e anche a rappresentarla.

Non è bastata la naturale predisposizione, né un corso all’Accademia a fare di me una pittrice. Ho avuto bisogno di un contesto in cui pensarmi, di uno spazio e di un tempo che potessi governare. L’Udi mi ha permesso di avere una visione – ciò di cui ogni artista ha bisogno – attraverso un mondo di donne, Quello che l’artista vede, la visione appunto, non nasce dalla sua genialità ma dalla sua partecipazione, dal suo fare parte di una socialità che prevede o addirittura esige che egli si esprima. La qualità del  suo lavoro, il giudizio sulle sue opere è un problema diverso e successivo: l’essenziale è potersi definire artista.  La socialità femminile non ha ancora messo in conto la necessità di avere nel mondo un segno femminile autonomo. E tuttavia le donne sono diventate simbolicamente le  mie committenti (e nei fatti le mie acquirenti) perché io ho questa necessità come artista. E non come artista femminista. Sono diventate insomma quel riferimento che di solito, per un artista maschio, è rappresentato dal confronto con altri artisti. Tra donne artiste questo non è ancora possibile, perché prevale la paura di sentirsi sminuite e mentre per un uomo il giudizio di un altro uomo è normale, per una donna il giudizio di un’altra donna non solo è insufficiente ma può addirittura svilirla. Una artista, quando riesce in un mondo di uomini, si sente unica, più unica di un uomo. Quel continuo rimando che gli artisti hanno messo in atto anche attraverso le diverse generazioni, e che ha prodotto arte, è sconosciuto alle donne che, anche quando emergono, sono fuori da questo scambio. Sono solo uniche e non costituiscono nessun riferimento per il proprio genere: un mondo di prototipi, senza genealogie.

Per riassumere quanto ho detto fin qui: il mio è stato un percorso che dalla comunità è andato verso la singolarità.

Solo attivando una socialità femminile questo è potuto accadere. Perché però una socialità potesse diventare il contesto adeguato alla definizione di me come soggetto, occorreva che fosse fondata su un’intenzione politica. Così come occorre una intenzione molto forte perché quello stesso soggetto possa, accedendo allo spazio simbolico della rappresentazione, dire di sé: sono una artista.

Da molti anni dipingo. Non ho alcuna difficoltà ormai a considerarmi un’artista. Ne consegue, teoricamente, che potrei smettere la mia attività politica e continuare a dipingere perché dipingere per me è una forma di conoscenza e non una professione. Rinunciare alla politica, con tutte le difficoltà del momento, vorrebbe dire che non ho più una visione del genere femminile che vada più in là della mia storia personale, e questo sarebbe per me una sconfitta più grande che se facessi un brutto quadro.

Per concludere, la spregiudicatezza che ho messo in atto in questi anni visitando mostre, guardando cataloghi, esercitandomi nel giudizio a prescindere dalle convenzioni della critica, ha sedimentato un pensiero sull’arte che temevo fosse solo mio. Fino a quando non ho cominciato a trovare conferme negli scritti di studiose e critiche, italiane e straniere. Ma anche negli scritti di artiste che con grande tenacia ho rintracciato, scoprendo che queste donne ci hanno lasciato – oltre alle loro opere – testimonianza della solitudine che hanno patito e che è stata occultata come insignificante più ancora delle loro opere.

Queste ricerche mi hanno consentito di allargare il concetto di socialità femminile e di intravedere nella produzione artistica delle donne la possibilità del riconoscimento di un segno singolare che non lascia il proprio genere fuori della porta.

Non sto dicendo, ovviamente, che mi auguro un’arte femminista o che spero che ci siano artiste che producono opere con contenuti femministi, perché questo è la negazione dell’arte, a prescindere da chi la produce. Dico invece che l’opera di una donna, una volta realizzata, va nel mondo e con quello si confronta.

Pina Nuzzo

 

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