TRA/ME

Testo pubblicato dall’ Associazione Sofonisba Anguissola di Bologna e la Galleria delle Donne di Torino su Percorsi di navigazione 2  –  Le  cose che accadono – 1990

Ho riletto Guglielmo e Maifreda, storia di un’eresia femminista, di Luisa Muraro. Avevo bisogno di una pausa e pensavo che questo libro mi avrebbe aiutata a stabilire una distanza tra me e le tante parole da cui, in alcuni momenti, mi sento invasa; al senso di confusione si aggiunge, a volte, il fastidio di sentirsi disarmonica o comunque appiattita. Senza origine.

La scrittura di Luisa Muraro mi ha consentito di cogliere, attraverso la passione di Guglielma e Maifreda nel significare in modo emblematico il proprio sesso, la sua passione e quindi di situare nel libro il luogo di origine di alcune parole chiave. In Guglielma «mente e corpo di donna» che sa e si sceglie, e in Maifreda che sceglie di sapere attraverso l’altra ho trovato il principio.

Guglielma si impasta e lievita, si plasma e forma ride e irride. È la cavità in cui la voce ha suono, il suono prende corpo e il corpo si fa parola. Maifreda muove le labbra spinge la lingua fra i denti articola i suoni è la parola scandita.

Non si amano particolarmente queste due donne, forse non si piacciono nemmeno, né si conoscono intimamente, ma è sicuro che Maifreda vede in Guglielma quella che si appartiene, che è all’origine del proprio sesso, e per questo la sceglie. Non si sa da dove Guglielma tragga quel suo modo di essere certa di sé: forse, sta proprio nel non poterlo individuare in nessun punto preciso del suo corpo e della sua mente che fa di lei una donna potente. Da adorare. Divina. Guglielma e Maifreda sono lo scambio.

Adelina Crimella è lo sguardo.

La donna, seguace della suora e della religione di entrambe, nel riferire all’inquisitore parole importanti che Maifreda ha pronunciato durante un pranzo ai fedeli guglielmiti, non può fare a meno di descrivere il suo atteggiamento: «sedendo su un letto, rovesciò le maniche della tunica e le sollevò fino al gomito e dopo essersi aggiustata le vesti con cura, disse ai presenti con grande spirito e in modo che tutti potessero udire…». Ecco il gesto, quello che ferma il tempo, definisce lo spazio e diventa rappresentazione. Adelina, che ascolta e osserva, conosce il cerimoniale del corpo di Maifreda, ne riconosce la sacralità e sa nominarla. Dal suo sguardo nasce un rituale che si sostanzia della consapevolezza di Maifreda di avere un corpo di donna, che esprime con suoi gesti e sue forme la compostezza di cui necessita per mostrarsi. Io che dipingo, attraverso lo sguardo di una donna su un’altra, ho saputo, a mia volta, dove guardare.

La scrittura mi ha indicato un punto di vista.

Da quando ho cominciato a riflettere con alcune nel gruppo Cipango sul significato dei gesti tra donne e la loro rappresentazione nella pittura, so che anche nell’arte ciò che modifica le regole della rappresentazione non è la singola donna con il suo parziale valore e la sua parziale potenza, ma lo scambio, il passaggio da un corpo ad un corpo che si conosce, che si riconosce simile.

Alla rappresentazione è necessario un punto di vista. Il punto di vista dell’arte è stato quello di occultare il senso del gesto tra donne, anche dove, come nell’iconografia sacra, era inevitabile nominare alcune relazioni tra soggetti e corpi femminili. Penso a Sant’Anna e Maria, penso all’Immacolata e alla serpe.  Penso all’episodio biblico della Tentazione dove il passaggio della mela e del suo contenuto simbolico dalla donna-serpe ad Eva è secondario, quasi marginale rispetto al significato che assume in molti dipinti la presenza e il corpo di Adamo. E’ curioso come un gesto che ha a che fare con la conoscenza, cambiato le sorti dell’umanità, gravato Eva e le sue discendenti di una responsabilità enorme, sia spesso raffigurato in modo così descrittivo. Per accenni.

Per timore di andare oltre la funzione che è stata affidata ai corpi femminili nella pittura.  Per paura che quello che si riesce a controllare nella raffigurazione di un solo corpo possa sfuggire di mano se si rappresenta la relazione tra due corpi simili tra loro e differenti da quello dell’artista.

E’ attraverso la «figura» che la pittura esprime il suo neutro. Figura è la parola con cui si indica la forma esteriore dei corpi e quella parte della pittura che studia dì ritrarre le sembianze umane. La figura agisce nell’arte da involucro, finzione, per cui quello che appare è quasi sempre di forma femminile e ciò che s’intende esprimere è sempre di segno maschile. Poiché la figura è l’espressione artistica con cui l’umanità si è rappresentata di più, la forma femminile è diventata il terreno su cui si è insediata la poetica maschile dell’arte, trovando sostanza al suo essere arte neutra. Il disagio per una pittrice sta nel non riuscire mai a far coincidere il proprio corpo con quello raffigurato in quanto quel femminile dà conto del pensiero e dei rapporti sociali dell’altro. Se una donna artista non assume il gesto creativo come gesto sessuato penserà che sia possibile modificare la propria marginalità nell’arte sperimentando un segno che stia alla pari con quello dell’uomo. Ma è un’illusione tentare di colmare lo scarto se non si ha la conoscenza e l’esperienza che all’artista maschio è venuta dall’avere, il suo genere, ritratto per secoli quel corpo. Saltare quel passaggio significa per una donna rinunciare ad una propria rappresentazione del corpo femminile e ad un tempo non fare i conti con i problemi teorici e tecnici che questo comporterebbe. Una artista che voglia definirsi persona ed esprimersi come tale non potrà cancellare ai suoi occhi il fatto di avere un corpo sessuato e lo scarto di cui è testimonianza nella sua vita. Il corpo rappresentato diventerà per lei un’ossessione, tutt’al più un miraggio, comunque un’assenza. Io ho tentato di aggirare l’ostacolo — colmare lo scarto — cercando di annullare lo spazio tra me e la tela, quasi a voler trasferire la verità della mia carne direttamente nella materia, ma questo gesto si è rivelato frustrante negli esiti e nel confronto, facendomi dubitare di me e delle mie capacità

Solo mettendosi a distanza, avendo un punto di vista, guardando con gli occhi di Adelina si ha la coscienza che è inutile e distruttivo tentare l’adesione totale con l’opera, perché la perdita di senso per una donna artista sta proprio nel non riuscire a tracciare il limite tra sé e la verità del corpo rappresentato e nel confondere il mezzo con la forma. Perché, se il mezzo è la figura e la forma è il corpo femminile, queste due cose, in una donna coincidono, ma non per questo danno automaticamente origine ad un’espressione artistica propria.

Il corpo femminile deve diventare allora per la stessa donna il luogo della sua finzione, ma l’artificio dell’apparire è possibile solo se si ha un pensiero su di sé. E’ solo in una visione prospettica, in cui il soggetto da rappresentare è la differenza, che si può trovare il proprio punto di vista, dal quale guardare e verso il quale guardare: da qui prende il via quel doppio movimento — uguale e inverso — che sta all’origine di un unico momento creativo, che nasce dai rapporti sociali tra donne e dal desiderio di renderli visibili. E questo l’orizzonte nel quale io posso pensare di mettere in scena l’opera.

Quando uno dei due soggetti del pensiero creativo viene a mancare oppure non ha coscienza della propria funzione si produce un gesto riflesso. L’innocenza che a volte l’altra donna, entrando in relazione con me, dichiara rispetto al mio desiderio, mi costringe al senso di colpa, alla mancanza di misura e non libera nessuna dalla reciproca responsabilità. La responsabilità di cui mi faccio carico in questo momento è quella di non cercare l’innocenza di un segno puro e primordiale, ma di fare i conti con quelle immagini che sono presenti e rappresentate nel mio immaginario. Figure che tornano, contaminate, e pure evocate dal ricordo della voce delle donne: mia madre, mia zia, la signorina del catechismo, la maestra, la nunna; ognuna di queste donne è stata un passaggio dal quale ho appreso, col silenzio o con la parola, l’arte di leggere sulle pareti della chiesa della mia infanzia e ad intuire che quello che era raffigurato non sempre coincideva con quello che la stessa immagine sembrava dire. Nelle pitture di quella chiesa, dedicata a Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto, c’era sempre un particolare che sembrava lì per caso, ma che serviva a rendere ‘grandioso’ il racconto di mia zia, e a creare una complicità tra noi, che sminuiva ai miei occhi l’intenzione del pittore e del suo committente.

La voce di mia zia ristabiliva una verità tra me e quelle icone, così come le parole di Adelina Crimella e la scrittura di Luisa Muraro hanno ristabilito una verità tra me il mio sguardo.

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