Marisa Forcina, sul dipingere di Pina Nuzzo

Inquietanti! I quadri di Pina Nuzzo inquietano non tanto per la violenza dei tratti, ché anzi proprio in alcuni punti riescono persino ad essere calligrafici, ma perché avverti subito che essi sono il frutto della passione di una vita per la pittura, una passione, che, come tutte le passioni, non concede tregue, accomodamenti, compromessi, dilazioni, e diventa persino dispotica, arrivando al paradosso di un tratto segnico che consapevolmente vuole sfuggire al controllo della coscienza. Anzi, sono doppiamente inquietanti, perché in essi si coagula la doppia passione che due vite hanno nutrito per la pittura: la sua e quella di sua madre.

La costruzione sintattica mi aiuta a registrare un dato che in questo caso è importantissimo: sia per Pina che per sua madre il rapporto con la pittura non è mai stato ludico, né esso è mai stato di tipo estetizzante, inteso, cioè, come una delle tante vie possibili per raggiungere la tranquillità dello spirito. Ma di questo dirò dopo.

I quadri di Pina Nuzzo inquietano, ma non angosciano; il suo segno, infatti, è un modulo interpretativo che ha il fine di mostrare tutto il pulsare sanguigno della corporeità. Nulla a che vedere con quella corporeità classica e rinascimentale che si ricollega alla ricca tradizione epica e tragica e che poi trova il suo senso e il suo coronamento nella mortalità. Pina porta in primo piano, in particolare, immagini che hanno a che fare con una sessuazione femminile che viene prima di ogni forma stereotipizzata, che viene prima di ogni finalismo, prima di ogni destino con cui la donna è stata più o meno identificata e, spesso, mortificata. La mortalità dell’eroe essendo coronamento di vita, la mortificazione della donna essendo sottrazione di vita.

Semmai è la nascita stessa che ogni volta, nei quadri, riaffiora nelle onde leggere di sfondi sanguigni e terrosi, a volte verdastri, che richiamano il nostro venire al mondo tra sangue e amniotiche acque, custodi non tanto di promesse allettanti, ma di consapevoli enigmi. I volti, quando ci sono, con occhi vuoti e labbra appena accennate, smentiscono fantasie di appropriazione e politiche di alienanti oggettivazioni. E, in un altro senso, quasi a contestare Lévinas, il volto, per Pina Nuzzo, non si rivela né può essere rivelato, perché quell’eteronomia radicale, che esso porta con sé ed esprime, è stata sempre tradita e annullata dalla storia. Tanto vale cancellarlo, il volto, con onde colorate e brunastre o mettergli un turbante che lo nasconda o metterlo di spalle, perché la storia non si è confrontata con quella interiorità che sul volto appare e che testimonia il tempo infinito della fecondità.

Nessuna concessione alla seduzione dell’immagine; le sue figure non si prestano ad essere catturate e possedute dallo sguardo altrui, non vogliono sollecitare il desiderio di un maschile possesso o condanna, anzi sembrano essere costruite quasi per indicare il limite al desiderio. Sulle masse compatte della donna serpente lo sguardo non coglie ambigui richiami e promesse; tutt’al più può cogliere la nostalgia per un tempo, che la temporalizzazione della storia ha poi degradato con l’insulto del peccato. Nei suoi quadri, le figure femminile non evocano funzioni di sorta, né nel senso di una funzione educatrice positiva, né nel senso che la donna stessa è una funzione o addirittura soltanto un sintomo o un’idea incarnata poi dall’uomo, cosa che regolarmente avviene nella pittura maschile.

Il nudo delle sue figure è messa a nudo di un mondo che non è mai storicamente appartenuto a quelle figure e lo sguardo non può posarvisi per trovare conferma alla propria egemonia. Le donne dei quadri dì Pina non sono erotiche, né sembrano sottomettersi al giudizio altrui, non accettano né il giudizio, né il desiderio, sarebbe come un interiorizzare la dipendenza e accettare i valori altrui.

Ricordo un nudo, tondo e compatto come al solito, con un libro in grembo. Lo scandalo è il libro: la cultura e la storia hanno nutrito il peccato, non il corpo piano e levigato.

Rifare la storia: mostrare l’assurdo dì una preminenza accordata al sesso che uccide e non a quello che genera, questo mi sembra l’intento di Pina. Portare la generazione in primo piano, mostrarla tra le foglie contorte e nei colori delle stagioni, lavoro che fu riprodotto nel calendario dell’Udi nell’anno 1993, mostrare il puro livello biologico e quasi animale nella donna dalla coda di volpe, la donna e la cornacchia, la donna e la seppia, significa mostrare di non voler essere complice di chi ha voluto farsi sovrano nel mondo. Nell’animale la gratuità e la vanità delle attività maschili restano vane perché non sono funzionali a uno scopo. Le figure dei quadri di Pina Nuzzo, nella loro svelata prossimità al biologico e al mondo animale, mostrano così che il cuore stesso del loro essere non è più abitato dalla conferma delle pretese maschili. Le sue immagini ci dicono di come nessun valore può prevalere sulle forze oscure della vita. Prevalendo sulla vita, l’umanità ha asservito la Natura, la Donna, e persino la Madonna: forse è caso di liberare anche lei dal suo dolore, dalla morte che le ha strappalo la Vita e restituirla alla Vita: è l’ultimo suo quadro che ho visto da lei appena ultimato in questo caldo giugno 1998.

Mi sono sempre quasi sottratta a scrivere qualcosa sul suo lavoro di pittrice, perché pensavo che il fatto che la conoscessi praticamente da sempre, mi avrebbe impedito una lettura con una giusta prospettiva. Invece proprio questo mi consente di recuperare il bandolo della sua storia e del suo impegno, né esso è meno importante, forse, della descrizione dei suoi lavori.

La ricordo a scuola: frequentavamo lo stesso istituto alle medie, lei un anno più avanti di me. Era bravissima e ci veniva spesso portata come esempio da comuni insegnanti. In un paese di provincia nel Salento, come Galatina, ci si conosce tutti, o quasi. Le sue tre sorelle, alcune alunne di mio padre, al liceo, sembravano anche più attente per via degli intensi occhi azzurri. Ma soprattutto ricordo sua madre: una elegante bruna signora con un sorriso che si perde in una piega all’angolo delle labbra e non sai mai se dietro non ci sia anche tristezza.

Anche la signora Cerfeda, dipinge. Ma, come dicevo all’inizio, il suo rapporto con la pittura non è mai stato ludico. Dotata di una grandissima manualità, ha lavorato per anni in quei settori denominati comunemente lavori femminile e che ancora non hanno conosciuto lo statuto dell’arte. Ricamava il tulle. Dalle sue mani uscivano i preziosi veli per le donne che andavano in chiesa col capo coperto come usava sino agli anni 60, ricamati da lei erano i veli da sposa, le acconciature per le bambine che facevano la prima comunione. Chilometri di tulle da Galatina venivano inviati in tutta la Puglia e venduti soprattutto nella grande merceria di famiglia, ubicata sulla via principale del paese e gestita dalla cognata. Lei, però, rimaneva l’anonima e invisibile autrice, capace in un solo giorno di produrre tanto da poter accendere il fuoco e cucinare la verdura con i resti inservibili del tulle. Poi c’erano le scadenze di Pasqua, Natale e il primo aprile che introduceva la primavera, con il pesce d’aprile. Per conto della tipografia Mariano, un’antica casa editrice galatinese, la signora Cerfeda, rigorosamente a mano, dipingeva migliaia di cartoncini beneauguranti, che poi venivano distribuiti dalla stessa tipografia in tutte le cartolerie del Salento. Erano tutti diversi uno dall’altro e il tratto dell’acquerello si arricchiva con luccicante polvere d’argento creando magici effetti. Ricordo quando noi bambini li andavamo a comprare prima della festa e non sapevamo mai scegliere il più bello tra tanti, dai prezzi uguali ma con incanti diversi. Poi c’erano le coperte di seta dipinte con grandi e piccoli fiori, i copripiedi, i pettinatoi e i cuscini che la pittura della signora Cerfeda rendeva preziosi. Oggi ancora, come anni fa, non ne parla con orgoglio. Sa che tutto ciò che è prodotto per il consumo in questa società non ha valore, perché viene inesorabilmente metabolizzato e non lascia traccia di sé, Questo credo intenda dire quando certe volte ripete: non è servito a niente!

Pina certamente la guardava, quella instancabile lavoratrice, che dell’arte e del dipingere nutriva la sua esistenza, la guardava e ne riconosceva il valore, ma intuiva anche che la società doveva fare lunghi passi prima che l’arte di una donna fosse universalmente riconosciuta e le fosse tributato il dovuto valore.

C’era da fare una rivoluzione politica perché tutto questo avvenisse. Pina ha intrapreso ormai da anni questa strada. Quando lei si definisce come una donna che fa politica non credo che voglia rendere visibile il suo lavoro e la sua presenza nell’Udi  che è il luogo politico che lei frequenta, ma proprio questo suo personalissimo percorso che ha alle spalle e che la sostiene nel suo lavoro di pittrice alla ricerca di una cultura differente, per un mondo in cui vivere meglio e dove nessuna donna possa mai dire: non è servito a niente…

Molto lo deve a sua madre che le ha dato autorizzazione simbolica ad essere se stessa in questo non scontato percorso. La sua gratitudine e il suo gesto politico di figlia è riuscita a compierlo, ancora una volta, dipingendo: ha messo l’arte di sua madre in un suo quadro. Un quadro nel quadro. Bisognerebbe vederlo.

Marisa Forcina

Lecce 10 giugno 1998

quadro nel quadro, Maria Cerfeda e Pina Nuzzo

quadro nel quadro, Maria Cerfeda e Pina Nuzzo, casa di Marisa Forcina.

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