il linguaggio sessuato dell’arte

Mi rimetto in viaggio con il Laboratorio La donna spettatrice dell’arte, Domenica 2 febbraio 2020  sono a Livorno, presso il  Centro Donna, Via Strozzi 3, ore 10,00/16,00. L’incontro, curato da Resistenza Femminista, è aperto a tutte le donne interessate.

Vi aspetto, Pina Nuzzo

La nostra è una civiltà che si fonda in buona parte sulle immagini, a cominciare dall’arte e dalla fotografia che, oltre a riprodurre il reale, riproduce anche l’arte. Figure che parlano a noi di noi,  che sono rimbalzate dalla tela fin nella pubblicità, nel cinema, nella televisione e nel web. Icone indelebili come la sposa, la madre, la fanciulla, l’assassina, la prostituta che ci ‘rappresentano’. La storia dell’arte, così come la conosciamo in Occidente, dimostra che la figura  femminile è sempre stato uno dei soggetti più raffigurati e che sulla rappresentazione  femminile si è insediata la poetica maschile dell’arte, trovando sostanza al suo essere arte neutra.

Il corpo delle donne, reale e simbolico, ha nutrito l’arte, ma la grande quantità di corpi femminili raffigurati non ha favorito l’accesso delle donne nelle Accademie, né il riconoscimento delle artiste. C’è voluto, ci vuole, ben altro. Pina Nuzzo, da sempre appassionata di arte e di politica delle donne, ha ideato e realizzato  il  Laboratorio La donna spettatrice dell’arte  con l’intento di raccontare ad altre donne come ha imparato a stare di fronte ad un’opera, come ha trovato il coraggio di nominare il fastidio che ha provato nel riconoscere un messaggio fortemente sessuato e che, invece, veniva indicato come neutro e universale.  Con il  Laboratorio non si impara come si diventa artiste e neppure critiche d’arte. Non un è corso sulla storia dell’arte, anche se si parla molto di arte. Non segue un ordine cronologico, ma un percorso segnato dalle suggestioni, dallo sguardo e dal  giudizio di Pina Nuzzo, femminista e pittrice.

Il Laboratorio si è arricchito nel tempo, grazie agli incontri con tante donne, in diverse città, ma è rimasto immutato il titolo che deve a Carla Lonzi: La creatività maschile ha come interlocutore un’altra creatività maschile, ma come cliente e spettatrice di questa operazione mantiene la donna il cui stato esclude la competitività. (Rivolta Femminile, marzo 1971)

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nella foto, Suzanne Valadon nel suo studio

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esporre in relazione

 

Il testo che segue è un estratto del mio intervento alla Scuola estiva della differenza in relazione: perché?, Lecce settembre 2015. Ringrazio Marisa Forcina per avermi chiamato, ancora una volta.

CON GLI OCCHI DEL CAMALEONTE di Pina Nuzzo

Certe volte ho l’impressione di vedere con gli occhi del camaleonte. Questo animale ha occhi che si muovono indipendentemente tra loro, ma è in grado di elaborare due immagini contemporaneamente ottenendo in pratica una visione a 360. Solo quando deve affrontare una preda o un pericolo il camaleonte ha la necessità di sincronizzare gli occhi.

Ecco io mi sento così, come avessi un occhio per politica e uno per l’arte; questa doppia visione è materia che rielaboro continuamente, a cui attingo per fare politica e per fare arte. Dell’intreccio tra arte e politica ho già parlato in questa Scuola nel 2003 – Dalla singolarità alla comunità – quando ho raccontato i passaggi che mi hanno permesso di dire: io sono un’artista.

Quando ho incontrato il femminismo, ormai tanti anni fa, non sapevo che stavo facendo un investimento vantaggioso per la mia arte. Mi sembrava, più semplicemente, di seguire lo spirito del tempo e le inquietudini della mia generazione partecipando di quell’evento straordinario che è stato il femminismo.

[…] Non era bastata la naturale predisposizione, né un corso all’accademia a fare di me una pittrice. Ho avuto bisogno di un contesto in cui pensarmi, di uno spazio e di un tempo che potessi governare. Quello che l’artista vede, la visione, non nasce dalla sua genialità ma dalla sua partecipazione, dal suo fare parte di una socialità che prevede o addirittura esige che egli si esprima. La qualità del suo lavoro, il giudizio sulle sue opere è un problema diverso e successivo: l’essenziale è potersi definire artista. La socialità femminile non ha ancora messo in conto la necessità di avere nel mondo un segno femminile autonomo.

E tuttavia le donne sono diventate simbolicamente le mie committenti. Le mie sostenitrici e nei fatti le mie acquirenti. Attraverso quella socialità femminile – il fiorire di rapporti, di relazioni avremmo cominciato presto a dire – ho potuto esporre in luoghi significativi, confrontarmi con donne sensibili all’arte e incontrare artiste che non avrei avuto modo di conoscere altrimenti. Le relazioni politiche, nate allora e cresciute nel tempo, mi hanno offerto diverse occasioni, ciascuna meriterebbe un discorso a parte, mi soffermo su alcune.

La mia prima mostra risale al 1987, presso il Centro donnalavorodonna di Milano,  organizzata da Marisa Guarnieri e Francesca Zambelli, che oggi, quando si dice il caso, sono qui. In quell’occasione, inaspettatamente, ho venduto i miei primi quadri.

Nel 1988 partecipo a una collettiva promossa dalla rivista Dwf presso la Sala Mozzoni di Roma:  il mio segno il mio luogo, conversazione con le artiste  Elena Montessori, Cloti Ricciardi, Marilù Eustachio, Giovanna De Santis e io. Nell’introdurre, Vania Chiurlotto chiede a tutte noi: attraverso quali processi una donna si assume la responsabilità di definirsi artista? Una donna che assume la titolarità di artista pone in modo forte la propria soggettività in un mondo che non la prevede: il legame con il proprio sesso costituisce un referente significativo, oppure deve considerarsi inessenziale rispetto al proprio porsi di artista?

Domande che mi lasciarono senza fiato; rispondere voleva dire nominare il senso che ha la pittura per me che sono una donna. Non so cosa ho risposto allora, ricordo che mi sentivo doppiamente esposta perché nella sala c’erano i miei lavori e c’erano donne il cui giudizio contava molto per me: Elena Gentili, Simonetta Spinelli, la stessa Vania.  Ho continuato a cercare le risposte a quelle domande per anni. Non ho mai smesso in realtà. Conservo le cassette di quell’incontro, ma non le ho mai ascoltate. (prima o poi lo farò).

Avevo però maturato la consapevolezza che il vincolo stabilito con altre donne aveva introdotto nella mia vita una frattura che non si sarebbe più ricomposta nei confronti delle ritualità familiari e parentali e modificato la percezione che avevo di me e del mio corpo. Non galleggiavo più nel vuoto, avevo uno spazio dove raccontarmi; nell’Udi, ma più complessivamente nei luoghi del femminismo, ho imparato che pensare e prendere la parola non sono necessariamente collegati alla cultura scolastica, ma alla propria esperienza.

In quel periodo la libreria delle donne di Milano pubblica Non credere di avere dei diritti  con un effetto dirompente per la politica delle donne. Per tante di noi si apre un periodo fatto di viaggi e di spostamenti per andare nei luoghi deputati in cui le esponenti più autorevoli del pensiero della differenza sessuale tenevano lezioni e seminari: lì capitava di incontrarsi, di commentare i testi che andavamo studiando avidamente e di appassionarsi a una nuova lettura del mondo e dei rapporti tra donne. Penso alla genealogia, alla disparità, all’autorità femminile, all’affidamento, alla relazione duale, alla madre simbolica… che ci facevano decodificare in modo diverso la storia e i rapporti che avevamo alle spalle, ma anche quelli che stavamo vivendo. Non posso qui soffermarmi sullo sconvolgimento che questa specie di nomadismo ha comportato, certo insieme all’arricchimento ha avuto come conseguenza l’esplicitazione di molti conflitti.

Per la mia arte fu, invece, rivelatore un libro di Luisa Muraro, pubblicato già nel 1985, letto sull’onda del dibattito in corso: Guglielma e Maifreda, storia di un’eresia femminista, in cui si racconta “la nascita di una comunità religiosa di uomini e donne, popolani, borghesi, mercanti e aristocratici, riuniti attorno alla figura di Guglielma, attiva a Milano nella seconda metà del duecento e sepolta a Chiaravalle come una santa. La comunità prosperò poi sotto la guida di Maifreda da Pirovano, ma terminò con un processo dell’Inquisizione e roghi accesi in Piazza della Vetra”. Rimango folgorata dalla storia e dalla presenza di una terza donna: Adelina Crimella. E’ lei  che ascolta, osserva e racconta. Il suo sguardo coglie l’essenza dei gesti di Maifreda, così, attraverso lo sguardo di una donna su un’altra, ho saputo, a mia volta, dove guardare.

La scrittura mi ha indicato un punto di vista. Sento l’urgenza di scrivere, ho bisogno di fermare il pensiero.  Capisco che per modificare le regole della rappresentazione nell’arte non basta la singola donna, con il suo parziale valore e la sua parziale potenza, ma lo scambio, il passaggio da un corpo ad un corpo che si conosce, che si riconosce simile. Invio il mio scritto all’Associazione Sofonisba Anguissola di Bologna che lo pubblica su Percorsi di navigazione 2 – Le cose che accadono – 1990, rivista a cui collabora anche la Galleria delle Donne di Torino. Conosco così Milly Toja, artista e regista, Donatella Franchi artista e scrittrice.

Ogni incontro ne genera altri. Accedo a luoghi significativi del femminismo dove espongo in mostre personali e collettive: la Biblioteca delle donne di Ancona, la Merlettaia di Foggia. Partecipo a nuove esperienze come la Comunità Mediterranea avviata con Maria Grazia Napolitano, Pia Marcolivio, Katia Ricci critica dell’arte e con un gruppo di donne di Pescara, tra cui la pittrice Helvia Gianantoni. Insieme a lei e alcune altre organizziamo una mostra a Pescara.

Nel 1997 il Circolo la Rosa di Verona mi regala l’esaltante esperienza del Decumano secondo Veronamerica.

“Vie, cortili, piazzole, gallerie, nicchie accoglienti si aprono sul Decumano Secondo per offrire un saggio sulle novità d’arte contemporanea con pittrici e scultrici veronesi e italiane e, per la prima volta il Gruppo Gorilla Girls che mette in braccio alla Vergine Maria un fantoccio d’umanità.”

A questo punto della mia vita la ricerca politica comincia ad andare di pari passo con quella artistica. Mentre mi spendo nella ricerca di nuove forme politiche, continuo a riflettere  su un ordine della rappresentazione che ha la pretesa di essere universale.

Tra il ‘98 e il 2000 espongo a Lecce al Centro Roggerone grazie a Marisa Forcina, al Raggio Verde grazie a Ambra Biscuso, al Caffè Letterario grazie a Grazia Manni.

Nel 2003 sono a Bologna a Immaginaria, nel 2004 a Pesaro nella chiesa sconsacrata della Maddalena con la mostra il Corpo addosso , nello stesso anno a Firenze presso l’Ospedale degli Innocenti  con il Laboratorio di mediazione interculturale Raccontar(si) tenuto da Liana Borghi.

Nel 2005 la mostra Semi a Palazzo Doria Pamphilj di Valmontone promossa da Claudia Mattia e Cristina Lanna e arricchita dalla performance di Elena La Puca e Delia Caridi.

Infine nel 2013, dopo anni di intensa attività politica (dal 2003 al 2011 sono Delegata nazionale dell’Udi),  apro un uno spazio virtuale  dedicato al mio lavoro di pittrice, nella convinzione che “verrà nuovamente il tempo di esporre fisicamente e che l’occasione nascerà in rete”, scrivevo nella presentazione.

Così è stato, l’occasione è venuta con la mostra FIGURIAMOCI, visioni oltre il mito, presso il Museo archeologico nazionale di Paestum, organizzata dall’Associazione Artemide, per l’ 8marzo 2014. Quattro artiste per quattro dee: pitture, fotografie e opere grafiche su Afrodite, Artemide, Atena ed Hera. Eravamo: Morena Luciani, Franny Thiery, Cristina Vuolo e io. Partecipare ha voluto dire cogliere la sfida della committenza. Non è vero che si è più liberi/e – più creativi/e  in assenza di una domanda. Così mi sono messa al lavoro, ripensando il corpo e la materia in vista di un progetto artistico in cui ho voluto che interagissero.

Ho esposto anche in alcune gallerie – a Lecce, a Bologna, a Modena, a Roma –  ma ho capito che era una perdita economica e uno svuotamento di senso. Infatti ero io a portare il pubblico e a lasciare percentuali, ma questo invece che darmi forza mi faceva sentire fuori luogo. Ho invece privilegiato i luoghi di donne, con dibattiti sulla problematica delle donne artiste perché ogni mostra è stata l’occasione per conoscermi meglio attraverso lo sguardo delle altre sui miei quadri e la libertà con cui si esprimevano. Le loro parole mi davano il coraggio di osare, di sperimentare in pittura. Noi che siamo qui oggi abbiamo storie e pratiche diverse e quindi un’esperienza della relazione che va oltre il pensiero che l’ha generata. Per me stare in relazione ha voluto dire dare valore al giudizio femminile, anche quando era duro e difficile da accettare. In particolare il giudizio di quelle che mi sono più vicine, di quelle con cui faccio politica, perché sono i giudizi che fanno più patire o più gioire. Imparare a leggere la propria vita a partire da questa verità, niente affatto scontata, vuol dire aprire, forzare un varco nella politica e ripensarla a partire dai rapporti concreti tra noi.

Stare in relazione ha voluto dire anche ripensare i rapporti familiari. Per la mia crescita, in tutti i sensi, devo molto a mia madre , ho imparato a tenere il pennello in mano imitandola, a mio marito che ha assecondato il mio percorso di libertà senza passare dall’emancipazione e a mio figlio che ha convissuto con i miei limiti e passioni.

 

Dopo questo intervento ho esposto ancora:

2017, Museo di Paestum nell’evento l’altro sguardo , promosso da Le Artemidi, a cui è seguito un laboratorio La donna spettatrice dell’arte

2018, Milano presso Apriti Cielo senza telaio, senza cornice

2018, Foggia presso La Merlettaia  mail art, ci deve essere un luogo in comune 

link alle mie mostre

 

immagine: con occhi di ragazza, collage, 1966, cm35x40, pinanuzzo

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“…l’ineffabile, mai completamente sconfitto nell’Arte, comparirà…”

‘Stupore’ di Pina Nuzzo, aprile 2018, foto di Tiziana Grassi

Maria Zambrano, nel saggio L’agonia dell’Europa, Marsilio Venezia 1999, pp. 106-107, indica il pensare come una rivelazione (come una relazione tra l’uomo e la realtà che lo circonda, anzi come un modo umano per mettere in salvo la realtà, per delimitarla. Il conoscere, in filosofia, è identità fra essere e pensare e i concetti servono a organizzare e garantire i limiti). Poi aggiunge:

“L’arte non smetterà di ubbidire , nonostante la sua essenza magica, a questa nuova rivelazione. Fin dalla Grecia le arti plastiche ci daranno visioni; il loro punto di partenza si troverà nello sguardo, in uno sguardo interiore che il pensiero aveva conquistato in precedenza. Uno sguardo e una visione nella distanza che corrispondono al logos. Un logos che è differenza e distanza, specificazione della realtà.

E così, distruggendosi le forme, non solo compaiono i contrari, gli elementi disintegrati e l’oscurità della physis prima di essere pensata, ma comparirà anche l’ineffabile. L’idea di natura e il logos si corrispondono; e al tempo stesso si scoprono e si abbandonano. Visione oggettiva e parola sono lo stesso in ordini diversi. E in virtù di esse, l’ineffabile, mai completamente sconfitto nell’Arte, comparirà come se il silenzio, schiacciato dalla parola, da essa spinto verso il regno delle ombre, si affacciasse chiedendo di uscire alla luce, di vivere la vita dell’espressione. Ma questa espressione dell’inesprimibile non può avvenire se non stabilendo un rapporto, la relazione che la maschera ermetica – la maschera sacra- significa: la partecipazione”.

da una mail di Marisa Forcina

info mostra senza telaio, senza cornice

 

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cicatrici

Per questo lavoro mi sono ispirata alla tecnica giapponese Kintsugi: l’arte delle preziose cicatrici.

“Rompendosi, la ceramica prende nuova vita attraverso le linee di frattura all’oggetto, che diventa ancora più pregiato. Grazie alle sue cicatrici. L’arte di abbracciare il danno, di non vergognarsi delle ferite, è la delicata lezione simbolica suggerita dall’antica arte giapponese del Kintsugi.

Così le cicatrici diventano bellezza da esibire.

Con questa tecnica si creano vere e proprie opere d’arte, sempre diverse, ognuna con la propria trama da raccontare, ognuna con la propria bellezza da esibire, questo proprio grazie all’unicità delle crepe che si creano quando l’oggetto si rompe, come fossero le ferite che lasciano tracce diverse su ognuno di noi.”

Anche la nostra pelle si rompe, come anche l’anima, sta a noi trasformare le ferite in bellezza.

fonte

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Rachel, mistero e realtà reale

Anche quest’anno la Merlettaia, associazione culturale di Foggia e la Rete delle Città Vicine hanno rinnovato la proposta della Mail Art, il cui tema è “Ci deve essere un luogo in comune …”, tratto dal libro di Antonietta Potente “Come un pesce che sta nel mare”, ed. Paoline, 2017,  che dice: “Ci deve essere un luogo in comune, uno spazio, un cuore dove viviamo, nella verità della differenza, questa bellissima appartenenza gli uni dagli altri, le une alle altre”.

Ho sentito una corrispondenza nelle parole dell’autrice, condensate nel passaggio “…trovo delle profonde sintonie tra il Mistero e la realtà più reale, anche se difficili da definire. Due aspetti della vita che vanno ascoltati e cercati incessantemente, senza separarli. Per capire il Mistero bisogna camminare fino ad arrivare alla sua porta, poi entrare con amore e starci dentro; altrettanto bisogna fare con la realtà reale.”

Ho deciso di partecipare e rendere omaggio a una donna che ha scritto un libro straordinario –  Stupro a pagamento – che ho incontrato, ne ho ammirato la passione e la lucidità politica, ma soprattutto la signoria con cui si muove e si mostra in pubblico. “Mistero e realtà reale” in lei si fondono e diventano spazio abitabile per altre. Si chiama Rachel Moran.

INFO su Rachel e il suo libro

Questa la mia opera, un trittico in legno, cm 16×20, collages.

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senza telaio, senza cornice

istantanea di Tiziana Grassi

di Marisa Forcina*

La gioia, diceva Simone Weil, non è altro che il sentimento della realtà. Accade spesso ascoltando Pina Nuzzo in pubblico, in una riunione politica, di politica delle donne o in colloquio più o meno privato, di provare gioia. E questo accade non perché Pina sia una persona accogliente, bonaria e indulgente; è esattamente il contrario: rigorosa, spiazzante, dura a volte. Ma reale. La stessa cosa accade anche dopo aver visto i suoi quadri che, a un primo sguardo, diresti inquietanti, ma che dopo avverti con gioia, perché rappresentano, ossia rendono presente, il suo sentimento della realtà. E avverti, ripensandoci, che è anche il tuo  senso del reale, e che puoi condividerlo: e questo dà gioia.  Non accade solo a me che, come si dice, conosco Pina da una vita. Le sue parole, come il suo dipingere, come il suo vestire persino, aderiscono al reale; non hanno paura di essere controcorrente o contro ciò che viene sbandierato come più innovativo  o più alla moda e spesso chiamato rivoluzionario o più impegnato, ma è solo copia, serialità senza pensiero di sé. Per Pina, invece, si tratta di saper trovare la misura tra novità e autenticità. Continua a leggere

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Stupore

2017, acrilico su tela (cm 300 x 200) di Pina Nuzzo

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Prima e Dopo

 

2017, acrilico su tela (cm 300 x 200) di Pina Nuzzo

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La donna spettatrice dell’arte

L’Associazione Artemide promuove un ciclo di incontri con Pina Nuzzo

Dalla collaborazione con l’artista (FIGURIAMOCI. Visioni oltre il mito, 2014 e DONNE DI PAESTUM. Visioni oltre il mito/2, 2017), incentrata sulla ricerca di uno sguardo femminile sulle immagini che popolano lo spazio culturale con il quale ci confrontiamo (Paestum, il Museo e il Parco Archeologico) ci arriva oggi lo stimolo ad “ampliare la visuale” sulle condizioni in cui quello stesso sguardo femminile si forma, de-forma e giunge talora a cercare di ri-formarsi nell’atto creativo. Crediamo infatti molto – ed è questa la passione profonda che attraversa tutte le nostre proposte culturali  – nella forza trasformatrice della consapevolezza che viene dall’aver visto, toccato, sperimentato, come “dall’esterno”, un aspetto della nostra condizione di donna che prima ci era stato invisibile per troppa assuefazione al modello dominante… 

A questo desiderio risponde la proposta di Pina Nuzzo di un laboratorio che approfondisca le complesse e non abbastanza investigate relazioni fra le donne e il mondo della creazione artistica,  che si svolgerà a Paestum nel corso del prossimo mese di maggio, e che vi invitiamo con entusiasmo a condividere con noi.  Le Artemidi

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segni che fondano il mondo

segni che fondano il mondo

Con l’evento Donne di Paestum, visioni oltre il mito 2 , Le Artemidi hanno inteso puntare lo sguardo sulle donne comuni, spesso raffigurate in secondo piano negli affreschi delle tombe di Paestum. “Figure di contorno relegate sempre in secondo piano nel quadro delle  ‘imprese di civilizzazione’ compiute dagli uomini dall’antichità ad oggi.”

Per l’occasione ho immaginato di riunire su un grande telo, delle dimensioni di un lenzuolo matrimoniale, le tracce che le donne hanno lasciato nel tempo. Cercando di rintracciare nei motivi ornamentali delle vesti e nei fregi che decorano gli affreschi, i simboli che ancora parlano all’immaginario femminile. I segni della continuità e dell’intermittenza.

Ho realizzato una tela di due metri e venti per tre e l’ho chiamata: segni che fondano il mondo

foto dell’allestimento e iniziativa

la tela trova casa

 

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